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L’articolo 4 della nostra Costituzione riprende, ampliandolo, quello che l’articolo 1 sancisce essere il fondamento della nostra Repubblica. Assegna al lavoro il duplice ruolo di diritto e dovere, intesi non in senso  strettamente giuridico, ma rispettivamente come un fine cui lo Stato deve tendere ed un dovere morale cui ciascun individuo, cittadino o meno, dovrebbe adempiere, nel rispetto della libertà della persona. Il riconoscimento del lavoro come  uno dei principi fondanti della Repubblica, rimanda alla funzione che il lavoro svolge nella società, come mezzo di produzione di ricchezza materiale e morale per la persona, non come merce necessaria alla massimizzazione dei profitti, non come mero fattore di produzione,  ma come realizzazione dell’individuo e delle sue aspirazioni materiali e spirituali, e quindi della società tutta.

Con il riconoscimento della possibilità e della responsabilità di realizzare nel lavoro la propria personalità e, quindi, anche il proprio progetto di vita, la Costituzione fonda una società in cui ad ogni individuo è consentito un progetto individuale, indipendentemente dalle diverse situazioni di partenza. Questo principio completa e arricchisce i due pilastri della nostra carta fondamentale: il principio personalista (art. 2) e quello di eguaglianza, non solo nel suo aspetto formale, ma anche sostanziale (art. 3).

Il lavoro è inteso nel senso più ampio, in modo da ricomprendere l’iniziativa economica privata e quella del lavoro subordinato attribuendo statuti differenti, nella parte che la carta fondamentale dedica al lavoro.

La strada per la concretizzazione di questo articolo sul piano legislativo è stata lunga e faticosa, sempre soggetta a possibili battute d’arresto.

Lo statuto dei Lavoratori, approvato negli anni ’70, fece propri i principi dell’articolo 1 e dell’articolo 4, a partire dalla libertà di opinione del lavoratore che non può diventare fonte di discriminazione (art. 1) per comprendere poi alcune disposizioni atte a tutelare il subordinato rispetto alla posizione dominante del datore di lavoro: per quanto riguarda le misure di sorveglianza, di licenziamento, sanzioni disciplinari etc.

A seguito di alcuni cambiamenti interni al mondo del lavoro, si è cercato di adattare il diritto del lavoro alle nuove sfide della contemporaneità riducendo alcune rigidità ed introducendo forme di flessibilità. La riforma del mercato del lavoro del 2003, la così detta Riforma Biagi ha apportato dei cambiamenti che avrebbero dovuto portare ad una maggiore flessibilità ma a cui il nostro paese non era pronto, né economicamente, né culturalmente.

Questo ha comportato il passaggio da una stagione dei diritti del lavoratore come quella degli anni anni settanta, in cui vennero tradotti a livello legislativo i principi costituzionali, alla stagione della precarizzazione del lavoro e dell’individuo, e quindi della società. Non possiamo che essere unanimi con la nostra Costituzione, ritenendo che istituti,  come quello della somministrazione di lavoro a tempo indeterminato,  da parte di agenzie di lavoro interinale,  sia uno svilimento di quel mezzo di realizzazione umana che riconosce l’articolo 4.

I cambiamenti apportati non sembrano adeguati tutt’oggi per un mondo del lavoro ancora in evoluzione, ma soprattutto per la tutela piena del lavoratore.

Un altro aspetto del mondo del lavoro che oggi risulta non rispettare i principi costituzionali è la differenza di trattamento che le donne ricevono, spesso anche in termini di salario. Lo stato ha previsto alcune forme di tutela, che risultano non adeguate a colmare il divario tra uomo e donna.

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ART 1

Nel suo primo articolo la Costituzione italiana sancisce solennemente una discontinuità rispetto al passato. Si fonda qui lo Stato costituzionale, cioè quella democrazia nella quale la sovranità del popolo (intesa come volontà della maggioranza secondo i principi affermatisi durante la Rivoluzione Francese) si esprime “nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

L'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro...La rigidità della nostra Costituzione, ovvero la circostanza per cui la sua modifica non possa avvenire per mezzo della legge ordinaria, è la risposta tecnica al problema riscontrato nel costituzionalismo liberale: la presenza di un legislatore onnipotente, ovvero privo di limiti, aveva portato infatti a decisioni arbitrarie ed ingiuste fino a consentire provvedimenti razzisti e liberticidi.

Oggi, in Italia, assistiamo ad un atteggiamento politico che, non tenendo per nulla in considerazione le origini dello stato costituzionale ed il vero significato di sovranità, considera erroneamente la legittimazione popolare avvenuta tramite elezioni uno strumento che esonera la classe politica dal rispetto dei limiti imposti dalla Costituzione. Questa prassi politica ha a che fare direttamente con la Democrazia sulla quale si fonda la nostra Repubblica. La Democrazia costituzionale non si accontenta infatti di concedere ai cittadini la possibilità di esprimere attraverso il voto i propri rappresentanti. I nostri costituenti hanno garantito l’accesso dei cittadini alla vita politica del paese per mezzo dei partiti innanzitutto, ma anche di strumenti di democrazia diretta quali il referendum e la proposta di legge.

La Democrazia costituzionale, detto più semplicemente, garantisce diversi modi e diverse sedi in cui far sentire e far contare le proprie idee. Anche il “pluralismo territoriale”, la presenza cioè di enti locali minori più vicini ai cittadini, è espressione di questa possibilità. In questi anni, una deriva populista sembra spazzare via questa prospettive: la rimozione di tutti i corpi intermedi tra gli individui e il leader politico, anche se liberamente eletto, può essere fatale per lo stesso ordinamento democratico fino a generare mostri che ben conosciamo.

Il riferimento al lavoro invece, che nella storia dell’articolo rappresentò un compromesso tra le diverse forze politiche, fonda il concetto di uno Stato che affida al cittadino la responsabilità del proprio futuro e valuta la dignità di ogni individuo in base a ciò che riesce a realizzare, indipendentemente dalle condizioni di partenza. Oggi il lavoro sembra aver perso le sue caratteristiche più profonde: si parla di consumatore e non di lavoratore, e la condizione di precarietà del lavoro impedisce la costruzione del proprio futuro.

Il lavoro, come si sa, è uno dei fondamenti di una società. Le possibili declinazioni del concetto di lavoro costituiscono infatti la base stessa delle diverse civiltà. L’idea di “democrazia fondata sul lavoro” ci dovrebbe rimandare ad una società che immagina il lavoro come uno strumento di liberazione individuale e di emancipazione personale all’interno di un condiviso interesse generale. La democrazia si rafforzerebbe proprio grazie a questa concezione di lavoro: l’impegno ed il merito individuale premiati in una cornice di interesse generale.

Alle giovani generazioni queste parole però rischiano di sembrare una fiaba letta in un vecchio libro. L’immaginario collettivo connesso alla figura del lavoratore è mutato quasi antropologicamente negli ultimi decenni. Chi entra nel mondo del lavoro oggi sembra stia scendendo in un’arena dove il rapporto con gli altri si fonda su una competizione sfrenata per la sopravvivenza. Qui lo snodo fondamentale: il lavoro appare unicamente come via per la sopravvivenza. La narrazione collettiva che apprendono le nuove generazioni che si affacciano nel mondo del lavoro ci racconta come il lavoro sia un favore fatto dal datore di lavoro al lavoratore. Il lavoro, in altri termini, non appare più come un diritto, bensì come un “colpo di fortuna”. Chi ci fa un favore sarà sempre libero di dettare le sue condizioni, a propria completa discrezione.

Senza lamentarci e magari senza capirlo pienamente stiamo entrando spaesati nel vortice della precarietà. L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro a tempo determinato. Non solo precarietà lavorativa: la precarietà costituisce il nuovo ordine sociale. Senza un lavoro sicuro e stabile, la possibilità di crescita individuale diventa un miraggio, la mobilità sociale ascendente rimane un retaggio del passato. Una società precaria torna ad essere una società immobile, basata sull’appartenenza di ceto, di classe, di casta, fondata sulla fortuna e sul caso.

Le conseguenze sono profonde: senza la possibilità di soddisfare i propri bisogni attraverso il lavoro, l’intero assetto costituzionale perde un importante filo conduttore.

Se noi giovani dovessimo riscrivere il primo articolo in conformità al mondo che ci viene consegnato probabilmente lo faremmo così: L’Italia è una Repubblica (formalmente) democratica fondata sulla benevolenza dei datori di lavoro. La sovranità appartiene al popolo solo il giorno delle elezioni.

Vorremmo concludere con le parole di un padre costituente. Queste pochi versi ci dovrebbero ricordare che la Costituzione venne scritta con speranze e sogni, non solo con le parole. Dimenticarlo significa perdere la capacità di immaginare un mondo più giusto.

“Se volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate sulle montagne, dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità andate li, o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione.” (Piero Calamandrei, 1955)

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