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La Costituzione, dopo aver affermato il concetto della sovranità nazionale, intendeva inquadrare nel campo internazionale la posizione dell’Italia: l’art. 10 dispone che l’ordinamento giuridico si adatti automaticamente alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. Tali norme sono considerate parte integrante del diritto della Repubblica.
Con questa disposizione, dal grande valore simbolico e dalla profonda valenza sistematica ed ordinamentale, lo Stato da un lato, si riconosce membro della Comunità internazionale e, dall’altro, riconosce l’originarietà sia dell’ordinamento giuridico internazionale che di quello degli altri Stati. La disposizione sull’adattamento automatico al diritto internazionale generale riprende la formula della Costituzione di Weimar e risponde all’aspirazione di allargare la base dei rapporti internazionali del nostro Paese, (ri-)legittimando l’Italia ad agire ed operare nel contesto delle nuove relazioni internazionali, dopo che la partecipazione del nostro Paese al fianco della Germania nella seconda guerra mondiale aveva reso l’Italia uno ‘Stato nemico’ della Comunità internazionale.
L’articolo 10 comma 1 istituisce un dispositivo di adeguamento automatico del diritto interno al diritto internazionale generale. Il principio fondamentale che sta alla base di questo articolo è quello di ‘aprire’ il diritto interno all’ordinamento internazionale, facendo in modo che esso si adatti automaticamente, ossia senza bisogno di un atto legislativo di trasposizione degli obblighi che derivano dal diritto internazionale generale, salvo il caso di una normativa interna di integrazione di un precetto internazionale caratterizzato dall’incompletezza delle sue disposizioni. Ne consegue che un atto legislativo che risulti incompatibile con una regola di diritto internazionale di natura consuetudinaria deve essere dichiarato viziato da illegittimità costituzionale per violazione dell’art. 10, comma 1. La citata disposizione costituzionale, con l’espressione «norme del diritto internazionale generalmente riconosciute», intende riferirsi soltanto alle norme consuetudinarie ed ai principi generali di diritto internazionale. In tal modo, le norme internazionali pattizie, contenute in trattati internazionali bilaterali o multilaterali, esulano dal campo di applicazione della norma. In altri termini, l’adeguamento automatico dell’ordinamento interno alle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute, concerne esclusivamente i principi generali e le norme di carattere consuetudinario, mentre non comprende le norme pattizie contenute in accordi internazionali, salvo il caso degli accordi di codificazione che riproducono principi o norme consuetudinarie del diritto internazionale. Il richiamo all’obbligo di conformazione del diritto interno alle norme internazionali impegna l’intero ordinamento e riguarda sia la legislazione statale che quella regionale. Così, lo Stato e le Regioni – come ricorda ora anche il novellato art. 117 Cost. – nell’esercizio delle rispettive competenze sono chiamati a muoversi all’interno di uno spazio di manovra sempre più ristretto ed articolato, essendo entrambi obbligati a garantire la conformità degli atti normativi interni con gli obblighi sovranazionali, soprattutto nel caso in cui questi ultimi prevedono standard minimi di tutela dei diritti fondamentali.

Attraverso l’articolo 10, l’ordinamento giuridico italiano ha la possibilità di ‘vivere’ in un equilibrio dinamico col diritto internazionale generale; tale disposizione garantisce un dialogo continuo tra gli ordinamenti giuridici, coinvolgendo in maniera diretta tutti gli organi dello Stato e soprattutto gli organi giudiziari. Infatti, in ragione della natura non scritta delle regole consuetudinarie, l’interprete è chiamato ad assicurare la corretta interpretazione ed applicazione delle regole internazionali generalmente riconosciute, assicurando l’adeguamento automatico del diritto interno alla continua evoluzione del diritto internazionale.

Particolarmente rilevante risulta poi la disposizione di cui al terzo comma sullo statuto dello straniero. Al comma 3, l’articolo 10 enuncia che “lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. L’analisi di questo comma deve incentrarsi su due particolari questioni. Partiamo innanzitutto dalle condizioni che determinano la possibilità di avere diritto all’asilo. La portata della protezione garantita dal nostro testo costituzionale è molto più ampia rispetto a quanto stabilito anche dalla Convezione di Ginevra del 1951, testo cardine del diritto internazionale per quanto riguarda i rifugiati. Mentre, infatti, la Convenzione non impone l’obbligo di ammettere nel proprio territorio richiedenti asilo e dà una definizione di rifugiato strettamente collegata alla persecuzione personale (per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le opinioni politiche), il nostro articolo 10, anche a causa della condizione di esule vissuta in prima persona da molti padri costituenti, è stato redatto con l’intenzione di dare diritto d’asilo a chiunque non goda nel proprio Paese delle libertà democratiche garantite dalla nostra Costituzione. Proprio questa portata così ampia, probabilmente non prevista in un momento storico in cui, a differenza di oggi, il diritto d’asilo era più legato ai movimenti di persone in esilio per motivi politici che alle grandi migrazioni per motivazioni economiche, ha impedito una vera applicazione di tale diritto nel nostro Paese. Il secondo punto fondamentale riguarda la riserva di legge che la Costituzione ha attribuito alla legge ordinaria per una concreta applicazione del diritto d’asilo. Ad oggi, infatti, nessuna legge organica è stata ancora promulgata per garantire il diritto d’asilo sancito nella Costituzione. Va comunque detto che una reale protezione dei rifugiati e di altre persone bisognose di protezione internazionale dovrebbe essere realizzata grazie alla recente normativa europea. L’applicazione dei due decreti legislativi (251 del 2007 e 25 del 2008) di attuazione di due fondamentali direttive europee del 2004 e 2005 ed il richiamo nel Trattato di Lisbona alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea cui ora è riconosciuto lo stesso valore giuridico dei Trattati, rende vincolante il rispetto del diritto d’asilo secondo le norme della Convenzione di Ginevra, pur non con l’ampiezza garantita dall’articolo 10.3.

Tali normative porterebbero ad una effettiva protezione dei diritti dei richiedenti asilo e dei rifugiati. Il condizionale è però d’obbligo se si guarda alla realtà italiana, soprattutto dopo l’inizio della politica dei respingimenti in mare. Il respingimento dei migranti effettuati direttamente in mare verso la Libia (Paese non firmatario della Convenzione di Ginevra), infatti, non permettendo l’accertamento della presenza di persone che avrebbero diritto a qualche forma di protezione, viola ogni norma citata in questo commento. Per capire le dimensioni di tale ingiustizia, basti pensare che nel 2008 circa il 75% delle persone arrivate in Italia via mare ha fatto richiesta di asilo e che a circa il 50% di loro è stato riconosciuto lo status di rifugiato ovvero un altro tipo di protezione.

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